| LA RICCHEZZA DELLE AFRICHE |
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Nel mese di novembre per tre giorni Ancona ha ospitato il Meeting internazionale “L’Europa con l’Africa”. L’appuntamento si rinnova da ormai otto anni ma questo ultimo incontro si è sviluppato in una forma nuova, ovvero in due fasi che si sono di fatto intrecciate così come gli stessi organizzatori auspicavano. Sullo schermo in apertura del Meeting, immagini che ritraevano soprattutto giovani africani di diverse provenienze ai quali l’intervistatore riservava una domanda semplice e carica di significato: cosa vuoi dire ai cittadini dei paesi ricchi? Così, io che ero lì assieme alla netta maggioranza di un pubblico “bianco e ricco”, mi sono sentita l’interlocutore perfetto e le risposte, ognuna a modo suo, ripetevano un identico refrain: basta dirci che cosa dobbiamo essere, quello che dobbiamo fare e soprattutto come dobbiamo farlo. Uno dopo l’altro gli intervistati, soprattutto giovani, ci facevano sentire il peso di una responsabilità dalla quale individualmente tendiamo ad allontanarci ma che, in quel momento, ricadeva come un macigno su di noi “bianchi e ricchi”. Nel corso dei lavori del convegno infatti, dai diversi interventi e con angolazioni differenti, è risultato chiarissimo che la longa manus del colonialismo continua a stringere nella sua morsa questi popoli e queste comunità. Altre le forme e le modalità. Alcune volte trasfigurate dalla pietà e dalla generosità ma, forse proprio per questo, ancor più difficili da riconoscere. Due suggestioni quindi da queste immagini che nel corso del convegno si sono dispiegate in un’analisi precisa e in proposte concrete. La prima suggestione è quella che ci ha rivelato un’Africa di popoli e comunità in movimento. Anzi, molte Afriche diverse accomunate da una grande volontà di trovare strade nuove per uno sviluppo la cui caratteristica principale sia l’umanità e non il singolo uomo. L’altra suggestione è rivolta direttamente a noi, occidente opulento e quindi in grado di dispensare aiuti, emblema di una civiltà prevaricatrice nella quale la misura di ogni cosa è sempre e solo l’individuo. L’Africa insomma, ripetono a più riprese i diversi interventi, non ha bisogno di carità. Anzi, provocatoriamente qualcuno sottolinea che gli aiuti hanno contribuito ad impoverirla. Ho visto due generazioni alternarsi al tavolo dei relatori: giovani ragazze come Dena Nathalie (Movimento africano dei bambini e dei giovani lavoratori della Costa d’Avorio) o Isoke Aikpitanyi (Associazione vittime ed ex vittime della tratta della Nigeria) impegnate su fronti diversi con la stessa autorevolezza e convinzione. La prima lotta per il diritto dei ragazzi e delle ragazze di restare nei loro villaggi, diritto che può essere esercitato solo con la sconfitta dell’analfabetismo e della descolarizzazione; la seconda si batte per le donne che hanno scelto di migliorare la propria vita attraverso un progetto migratorio che non può diventare l’inferno della tratta e della prostituzione coatta. La precedente generazione di donne, ovvero le madri di queste ragazze e di tante come loro, hanno rappresentato poi l’altra ricca componente umana del convegno. Anche loro forti e risolute, sono madri che non hanno abdicato alla loro essenza, come molto spesso si coglie fra le nostre madri, sconfitte e rese deboli dalla stessa esasperata crescita dell’individualismo e delle solitudini e dal culto dell’avere. In uno degli interventi un “figlio” del Burkina Faso, Cléophas Andrien Dioma, giornalista e mediatore culturale in Italia, racconta che la madre, di fronte alla suo desiderio di partire, gli ripeteva sempre: “che cosa c’è lì che non c’è qui?”. Dopo 10 anni Dioma rientra nel suo Paese con quelle parole ancora nel cuore. Nella sua esperienza ha compreso a sue spese cosa vuol dire essere clandestino. Un luogo dove alberga il nulla e la paura. Madame Diouf viene dal Senegal dove ha fondato il Collettivo di donne contro l’emigrazione clandestina. Alcuni anni fa suo figlio muore nel tentativo di raggiungere clandestinamente la Spagna. Da quel momento lotta contro questi viaggi dei giovani verso la morte. La roulette russa che noi conosciamo soprattutto per quanto avviene nel canale di Sicilia. Le donne sono consapevoli di quanto possono fare per evitare tutto questo. Chiedono al loro governo di intervenire attraverso un piano per fare rientrare i giovani offrendo loro delle opportunità di lavoro. “E’ una migrazione priva di dignità e le madri non possono permetterlo” sottolinea M.me Diouf che, assieme alle altre, non può più attendere seduta di fronte al mare lasciando che i sogni e le vite dei ragazzi vengano stritolati dai passeurs e dalle false speranze. Clandestinità e sogni stritolati sono il frutto di una politica coloniale che continua imperterrita e che con grande lucidità viene affrontata da Aminata Traorè, scrittrice e politica del Mali. “Il nostro unico torto – dice – è di essere stati colonizzati” ma ora il futuro dell’Africa non esiste al di fuori del futuro del mondo intero. Il mondo, in particolare il nostro mondo ricco e sviluppato, è diventato una gigantesca prigione dove si ergono barricate in nome della sicurezza. “Voi non siete liberi se vi facciamo paura” spiega Traoré. La libertà, infatti non può alimentarsi attraverso il profitto e le disuguaglianze. Lancia infine un messaggio forte la scrittrice del Mali, sostenendo che il futuro dipende dalla solidarietà dei popoli e non dai governi e che bisogna spezzare l’idea di un’Africa povera che la inchioda in un destino inesorabile. A questa rappresentazione dell’Africa povera, come noi intendiamo la povertà, priva di dignità e di una sua forza, contribuisce la stessa cooperazione esercitando un ruolo prettamente“commerciale” piuttosto che “cooperativo”. Significa rinunciare ad investire sugli esseri umani e perpetuare lo sfruttamento delle risorse, secondo quei canoni che l’occidente conosce ormai alla perfezione. L’ultima donna che voglio citare è Bineta Diop, direttrice del Femmes Africa Solidarité, una rete di associazioni femminili molto attive in diversi Paesi del continente. A lei è stato affidato il compito di rappresentare tutte le donne africane che hanno lavorato e lavorano per il bene dei loro figli e delle loro comunità, per i villaggi, per le città. Lei rappresenterà nella campagna del prossimo Nobel per la pace alle donne africane. Una grande speranza è riposta nelle donne perché, come è stato molte volte ripetuto nel corso del convegno, sono proprio loro a permettere all’Africa di non implodere, a rafforzare la convinzione che quel continente non è povero ma ricchissimo, a pretendere dignità e rispetto dal mondo ricco delle barricate. Nell’agenda di Bineta Diop e di tutte le altre al primo posto c’è la pace. Non c’è alcun autentico sviluppo senza la pace. Le armi, ricorda Diop alla fine del suo intervento, non si costruiscono in Africa e le miniere, da cui si estraggono grandi ricchezze, non sono degli africani. Le responsabilità dell’Occidente sono perciò chiarissime e la cooperazione autentica non può che sostenere questa Africa “in movimento” verso la pace e l’uguaglianza.
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