Intervento di Guido Barbera (presidente CIPSI) all’assemblea soci del GMA PDF Stampa E-mail

Marzo 2011

Grazie e buon pomeriggio a tutti. Spero che siamo tutti svegli, ma non fisicamente: qui è ora di essere svegli come italiani. Lo diceva anche Benigni a Sanremo: svegliatevi italiani! Anche il volontariato dovrebbe svegliarsi un po’.

Vitali e Maria mi hanno chiesto di portare qualche riflessione sul volontariato, sulla questione dell’acqua e delle donne, tematiche che sia come CIPSA che GMA ci caratterizzano da tanto tempo con la nostra presenza, ma, a volte, essendo presidente di una federazione di 48 associazioni mi chiedo se l’identità che sentiamo è veramente diffusa nelle persone che partecipano alle nostre associazioni: il pensiero, l’identità del GMA, è un patrimonio di Vitali, di Maria e di qualcun altro di voi, o riusciamo a farlo sentire? Il nocciolo della questione, dello svegliarci, è proprio qui: nell’essere presenti per poter dire qualcosa e per poter dire qualcosa dobbiamo essere prima di tutto noi convinti di questo qualcosa.

Credo che oggi ci siano alcuni problemi molto forti da affrontare anche nel nostro mondo. Il primo credo sia proprio quello dell’identità che ci porta a dialogare o conversare con le altre persone, che sono due concetti molto diversi. Come diceva prima Padre Vitali, se ci parliamo come al bar, discutiamo del tempo libero, ci scambiamo delle opinioni, ma poi non cambia nulla. Se, invece, dialoghiamo portiamo dei contenuti che ci vengono dalla nostra convinzione, dalla nostra identità (religiosa, politica o di altra natura), degli argomenti su cui confrontarsi con gli altri.

Ho l’impressione che oggi ci sia ben poco dialogo. Molte chiacchiere, ma poco dialogo su cui costruire qualcosa. Rosmini parlava di carità culturale, di quella forma di attenzione a farci capire quando diciamo qualcosa. Se mi guardo attorno mi pare che si parli in modo da non farci capire, perché è pericoloso oggi farci capire.

Alla sera, quando mi capita di guardare un telegiornale assieme ai miei figli, mi chiedono: ma cosa hanno detto? Voi ci capite qualcosa di quanto viene detto in televisione? Anche nei telegiornali, che dovrebbero essere i momenti più informativi sulle problematiche della nostra vita, è difficile capire.

La carità, quindi, nel comunicare, l’attenzione verso l’altro di farci capire, è anche il dono di saper comunicare e di saper presentare con chiarezza le cose, ma oggi è soprattutto una strategia nella comunicazione. Ci sono persone, anche grandi comunicatori tra i politici, che fanno politica attraverso il modo di comunicare che hanno impostato e sul quale hanno costruito la loro identità politica ed il loro essere, oltre al loro porsi. Noi lo possiamo subire, possiamo adeguarci, come sta facendo la società d’oggi ed anche le associazioni, o possiamo fare qualcosa di diverso.

La campagna dell’acqua è estremamente significativa in questo. Prima Padre Vitali diceva che il comitato ha raccolto quasi 1.450.000 firme per i tre referendum. Una quantità enorme, il maggior numero di firme raccolte per un referendum ed in pochissimo tempo. Oggi la sfida è di portare 25 milioni di persone a votare, affinché sia valido il referendum, e di fare capire agli italiani l’importanza di questo voto.

Si è già scatenata la comunicazione contro il referendum: la scelta di votare il 12 giugno è una decisione strategica e politica per non raggiungere il quorum, ma parallelamente si è scatenata anche la comunicazione. Quanto avete sentito parlare della questione della privatizzazione dell’acqua in televisione o nei quotidiani? Pochissimo, durante la raccolta delle firme, grandi boicottaggi. Oggi ci sono i comitati per il no, i contradditori per il no, le campagne per il no, molto più finanziate perché sono supportate dal potere economico, che sta cercando di costruire un’opinione contraria ai referendum (tramite astensione o voto contrario). Anche alcuni docenti universitari comunicano agli studenti che la privatizzazione dell’acqua è una questione fondamentale e che votare “sì” è sbagliato.

Ma al di là delle scelte, la questione è ancora una volta di chiarezza dell’informazione. Qui ci sono giovani e meno giovani. La Costituzione Italiana prevede la gestione pubblica e quella privata. Chi lo sa di voi se c’è un’altra forma di gestione prevista dalla Costituzione? L’articolo 43, oltre la gestione privata e pubblica prevede la gestione comunitaria. Però, questa possibilità non esiste.

Tutti vogliono cambiare la Costituzione, che è stata scritta dopo il Codice Civile, sul quale noi operiamo e che non ha recepito i suggerimenti della Costituzione italiana essendo stato scritto prima. Queste sono le assurdità del nostro paese: tutti puntano a modificare la Costituzione (può darsi che qualcosa ci sia anche da rivedere), ma ci sono dei problemi a monte, anche più gravi, che devono essere affrontati.

Nessuno parla della possibilità di gestire un bene in una forma diversa da pubblico e privato, con la gestione comunitaria. Cosa che voi fate in Eritrea con la costruzione dei pozzi, dove la comunità è coinvolta per farsi carico della gestione e manutenzione. Voi avete già realizzato questa idea nei vostri progetti, ma non è sufficiente se non portate avanti anche qui un discorso di questo tipo.

Sostenere che l’acqua deve essere privatizzata è un’assurdità perché l’acqua è un bene essenziale, senza il quale non possiamo vivere e non c’è nulla che la possa sostituire. L’acqua non è un bene come gli altri che è esauribile e può essere assoggettato alla logica di mercato, per cui si alza o abbassa il prezzo in funzione della domanda e dell’offerta. Questa è la logica del mercato. L’acqua è un bene inesauribile come l’aria. Ci sono problemi sulla sua gestione, la qualità, l’inquinamento, il trasporto, etc., ma di per se è un bene essenziale inesauribile. Quindi, la logica del mercato non si sposa nella gestione di questo tipo di bene che essendo inesauribile ed insostituibile è un bene comune per l’umanità.

Dall’altra parte dicono che la gestione pubblica non regge per la sua incapacità e perché non ha le risorse per garantire l’accesso all’acqua e la sua distribuzione. Io credo che queste argomentazioni siano molto discutibili. Mercoledì festeggiamo i 150 anni dell’unità d’Italia. In questi 150 anni, l’Italia ha portato l’acqua dappertutto. La Puglia era una regione arida e senz’acqua e con le risorse pubbliche è stata dotata del più grande acquedotto europeo che, al di là della gestione e delle perdite, gli ha permesso di avere l’acqua. Si sono risanate le paludi, sono state fatte opere enormi in questi 150 anni per garantire l’accesso all’acqua ed il suo buon utilizzo.


È chiaro che oggi questa forma di gestione pubblica basata su una forma di gestione di una democrazia rappresentativa regge ancora meno. La forma invece di responsabilità dei cittadini e di gestione comunitaria, ci responsabilizza e ci chiama in causa. È una forma di democrazia non più rappresentativa, ma partecipativa. Di presenza delle persone. Ed è così che si distingue il volontariato, che deve essere l’anima della nostra società, non solo le mani.

Tante volte ci limitiamo a pensare al volontariato che va a servire alla mensa della Caritas, o fa qualche attività di appoggio per essere bravo. Non è volontariato quello. Il volontariato deve dare l’anima a partire dai suoi valori, ed ancora una volta ritorna il tema dell’identità che dobbiamo metterci nel costruire la nostra società, con le sue diversità, perché dialogare non vuol dire essere tutti uguali, o accettare passivamente le cose che dicono gli altri. Vuol dire confrontarci su delle cose concrete e trovare le soluzioni per fare rispettare i diritti delle persone, a partire dalla loro dignità.

Da un po’ di tempo, più che di diritti parliamo di bisogni delle persone: c’è una differenza sostanziale nel parlare di diritti o di bisogni. Il bisogno è un qualcosa che si riferisce al singolo individuo che deve trovare una risposta. Il diritto coinvolge, invece, la comunità per trovare delle risposte.

Il volontariato deve essere questa forza che porta nella comunità, compresa la politica, il messaggio forte del vivere insieme nel rispetto dei diritti di tutti. Diventa importante, quindi, il nostro modo di essere associazione, il nostro modo di porci rispetto ai progetti. Il fare il pozzo con una gestione comunitaria, invece di fare 10 pozzi e poi andarsene, è molto più faticoso perché bisogna discutere con la gente, confrontarsi con loro, avendo una propria identità e trovando un punto d’incontro con gli altri. Fare il pozzo con una trivella e poi andarsene è molto più facile e veloce, ma il risultato è totalmente diverso. Bisogna costruire un dialogo, delle relazioni.

In questo senso è nata un paio di anni fa l’idea del nobel alle donne africane, non per dare un premio a qualcuno dell’Africa o a delle donne, ma l’idea del premio è stata la soluzione che abbiamo escogitato per comunicare a livello internazionale come sia possibile vivere insieme, costruire comunità, società, popolo, partendo dall’esperienza quotidiana delle donne in Africa, a partire dal loro ruolo all’interno della famiglia, del villaggio, ma anche delle aggregazioni tra le donne africane, dato che non si conoscono questi fatti.

Anche in questo campo siamo abituati a sentire solo gli aspetti negativi: le donne violentate in guerra, che subiscono i soprusi dei mariti, che non hanno le risorse, che devono fare di tutto, etc. Sono le donne che permettono all’Africa di esistere oggi. Ormai da 2 mesi si parla delle violenze in Costa d’Avorio. L’unica speranza in Costa d’Avorio sono i movimenti delle donne, che stanno cercando di superare le divisioni e i conflitti per ricostruire un tessuto sociale. Cosa che hanno fatto in Uganda, in Congo, in Darfur, in Liberia, cose che i nostri mezzi di comunicazione non dicono. Proprio pensando alla qualità di queste testimonianze ed esperienze ci siamo chiesti come fare a comunicarle nel mondo. Ed abbiamo pensato di usare uno di quegli strumenti che interessano e attirano l’attenzione, quale il premio Nobel.

Fin dall’inizio, questa idea ha movimentato l’opinione pubblica mondiale. La cosa più interessante è che di tutta la campagna, l’elemento ritenuto vincente è il non aver candidato una donna, un’associazione, ma una comunità.

Se andiamo a riflettere, come diceva Padre Vitali all’inizio, ci rendiamo conto che da soli non andiamo più da nessuna parte, non siamo in grado di costruire nulla. La donna o l’uomo da solo non fanno neanche una famiglia: anche per fare il nucleo più piccolo della nostra società abbiamo bisogno dell’incontro di due elementi. Poi la comunità, la società si allarga. Il fatto di candidare una collettività di donne, vuole ribadire che la pace, la convivenza, il benessere ruota intorno ad un’assunzione di responsabilità e di partecipazione diretta di questi soggetti. Questo è quanto colpisce di questa candidatura, che non so che esito avrà, ma è stata depositata regolarmente il 1 febbraio con firme autorevoli, tra cui quella del ministro Frattini, di Rita Levi Montalcini, rettori, politici, ma l’importante è in questo anno comunicare l’identità delle donne africane, che dovrebbe essere un po’ anche la nostra, che è l’identità di persone che vorrebbero ricostruire una società in cui si superano i bisogni per trovare insieme un modo di vivere insieme. Ce né un bisogno enorme, non solo in Etiopia e in Eritrea, ma anche qui. Bisogna essere molto più coraggiosi.

Qualche volta, Vitali mi ha sentito lamentarmi e sfogarmi nell’assemblea del CIPSI sul fatto di essere poco attivi e quindi di non essere forti nel trasmettere la nostra identità nella società. È sempre utile fare un pozzo o una casa famiglia, ma il cambiamento non passa attraverso un pozzo o una casa, ma attraverso un volontariato che sa veramente ridare un volto umano alla nostra società. È una svolta decisiva. Non è una questione di risorse, anzi credo che se avessimo più coraggio e se fossimo più forti e avessimo qualcosa da comunicare all’esterno, le risorse che potremmo muovere sarebbero tantissime, perché oggi c’è fame di qualcosa su cui appoggiarci e che ci dia delle certezze in più.

Oggi il chiuderci in noi, nei nostri gusci, anche nei nostri interessi di associazioni, per difendere il proprio raggio di azione, le proprie fonti di finanziamento, è dovuto proprio a questa paura di aprirci dialogando con gli altri per costruire una serie di relazioni. Ci mancano dei riferimenti anche politici, da destra a sinistra, e non solo in Italia, perché la caduta della vera politica è una problematica internazionale. Solo nella società anglosassone si vedono dei segnali di risveglio verso la società civile, perché se si mette in moto la società civile si mette in moto l’economia stessa.

L’aiuto che è stato dato dagli stati per salvare le banche, se fosse stato distribuito tra i cittadini sarebbe stato di 30.000 dollari per abitante della terra. Pensate se un Etiope, un Eritreo, un Brasiliano, un Italiano (compresi i figli) avessero ricevuto questa somma di denaro. Pensate come si sarebbe ripresa l’economia mondiale. Sarebbe stato un input senza precedenti. Invece, gli aiuti si sono indirizzati per mantenere certi equilibri.

Noi dobbiamo ripartire dalla costruzione di questa comunità e per fare questo dobbiamo partire dai singoli cittadini attraverso una comunicazione e educazione che devono essere molto più coraggiose e devono recuperare quella carità, di cui parlavo prima, di attenzione verso la persona per fargli comprendere le questioni.

Oggi i genitori dicono ai figli quando vanno a scuola di non parlare con nessuno, di non mettersi in relazione con gli altri. Sabato scorso ero a un convegno con Zamagni e raccontava di uno studente che era stato assente a una lezione e il giorno dopo è andato da lui per chiedergli di cosa aveva parlato nella lezione: lui gli ha detto di chiederlo a un suo compagno. E lo studente gli ha detto che i suoi genitori non vogliono che lui si rapporti ai suoi compagni. Questa è l’educazione che come genitori diamo ai nostri figli. Come facciamo a costruire relazioni, dialogo, comunità quando siamo i primi ad alzare dei muri e a educare i figli a evitare il confronto con gli altri. C’è qualcosa da rivedere. L’appello che Vitali, come al solito animatamente, lanciava prima è che risulta fondamentale oggi fare delle scelte, non solo per partecipare ad una assemblea di una associazione, ma conoscerci, sapere chi siamo ed avere il coraggio di andare per le strade del mondo per portare le nostre convinzioni: sull’acqua, sulla società, sulla democrazia, sui diritti. È la strada per ricostruire qualcosa.

Forse l’ho detto anche nell’assemblea del CIPSI per i 25 anni: oggi è più importante rispetto a fare un pozzo, garantire il diritto di accesso all’acqua. Perché se noi facciamo un pozzo e poi la gente deve pagare qualcuno che è proprietario del pozzo, allora non è cambiato nulla, dato che rimane nella logica attuale che chi ha i soldi può avere tutto e chi non li ha non ha nulla. Oggi, nel Sahel o in qualsiasi parte del Mondo, chi ha i soldi non ha problemi ad avere l’acqua. Invece, il poter accedere all’acqua per poter vivere è molto diverso.

 

Guido Barbera

 

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