sovranità alimentare

Diadmingma

Land-Grabbing in Etiopia

L’Etiopia, dove 65 degli 80 milioni di abitanti vivono di agricoltura di sussistenza, è una delle nuove frontiere dell’agrobusiness.
Le regioni sub sahariane sono il principale mercato planetario per la terra. Ma immensi appezzamenti sono disponibili anche in America Latina e Asia. “Tutti investono in Cina per la manifattura. Tutti investono in india per i servizi. Tutti ora devono investire in Africa per il cibo” afferma un noto direttore della società agro-floreale indiana già presente nel mercato delle rose e in quello orticolo in Etiopia. È soprattutto l’Africa l’oggetto delle attenzioni degli investitori: il continente che contribuisce solo al 2% del Pil mondiale si sta rivelando di nuovo terra di conquista. Questa volta non solo di minerali e idrocarburi, di cui – cinesi in primis- da decenni stanno già sfruttando il potenziale. Ma anche di nuove modalità di investimento. Per esempio i prodotti agricoli: dopo la crisi dei prezzi alimentari del 2008, il costo di alcuni cereali continua a crescere esponenzialmente.

Passa anche dall’Etiopia la nuova corsa alla terra africana.

Terra fertile, ma soprattutto quasi gratuita. La proprietà dei latifondi resta del governo, ma mezzo secolo d’affitto costa davvero poco agli investitori stranieri. “ Per una manciata di dollari all’ettaro, per concessioni fino a 99 anni su immensi appezzamenti. Il ministero dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale attira società straniere nell’Eldorado verde. Dei 74,3 milioni di ettari coltivabili- sostiene il governo etiopico- solo 12 milioni sono coltivati… il resto può soddisfare i “Nuovi colonizzatori”:

Il governo di una nazione in cui una persona su sei ha bisogno di assistenza alimentare offre a prezzi stracciati oltre 3 milioni di terra irrigata e ubertosa. Li mette a disposizione degli investitori stranieri, i primi ad approfittare di questa opportunità vengono da India, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina ed Egitto.
Con una dozzina di grandi laghi, altrettanti fiumi principali, oltre 3,5 milioni di ettari di terra irrigata, l’Etiopia è il “sogno blu” per gli investitori degli aridi Paesi Arabi. I sauditi dal 2015 cesseranno la produzione di cereali sul proprio territorio per decentralizzarla, soprattutto in Africa. Qui sotto, invece, di acqua ne scorre tanta. E con l’accaparramento dei terreni, l’acqua è garantita: non costa nulla.

La richiesta di terre coltivabili continua a crescere. Chi compra?

Soprattutto Paesi con forte solidità economica ma ridotta sovranità alimentare. Come nel caso dell’Arabia Saudita o della Corea del Sud. Acquisire terre all’estero per avere cibo a casa propria. I sauditi non hanno acqua, gli impianti per la desalinizzazione di quella di mare costano miliardi di dollari. L’acqua è il petrolio d’Etiopia: per ora le aziende del settore floricolo già attive nel Paese continuano a non pagarla. Lo sfruttamento indiscriminato delle risorse idriche etiopiche è un fattore decisivo.
Sugli altipiani etiopi, dove il terreno è fertile, c’è altissima densità di popolazione e quindi poca terra disponibile. In altre parole, il miracolo verde promesso dal governo etiope non sarebbe così prodigioso. Si rischia lo spostamento forzato di enormi masse di popolazione per far posto agli investitori”.
Però, si potrebbe obiettare, si creerebbero anche posti di lavoro. Il bilancio costi-benefici ci spiega ancora Pankhurst- deve tener conto di fattori di rischio come lavoro minorile, sfruttamento sconsiderato del suolo e rischi per la salute dei lavoratori.”
E pure dall’Europa si guarda ai vantaggi dell’agrobusiness, nella diffusa convinzione che il valore delle terre in Africa sia destinato a lievitare. Si spiega così l’interesse di società finanziarie e fndi speculativi verso il continente africano, attratti anche da una formula sicuramente redditizia: grandi appezzamenti a basso costo, con manodopera a costi quasi inesistenti e irrigazione compresa.
L’African AgriLand Fund, un fondo della Emergent Asset Managment di Londra, assicura rendite del 25% l’anno per chi investe adeguatamente nel comparto agricolo nei Paesi subsahariani. Non solo cereali e ortaggi, comunque. L’altro grande affare che si profila all’orizzonte riguarda le colture per il biocarburante, come l’olio di pala. L’Unione Europea, da sola, avrebbe bisogno di oltre 17 milioni di ettari entro il 2015. Una superficie pari a metà dell’Italia.

“Esiste un contrasto clamoroso tra 65 milioni di poveri contadini etiopi condannati a coltivare pochi metri quadrati e le élite che dispongono di enormi appezzamenti di terra.” Osserva il sociologo Pankhurst. In Etiopia la terra è pubblica. Il governo la concede agli stranieri per l’agricoltura commerciale, ma costringe i suoi cittadini su piccoli lotti spesso non sufficienti alla sussistenza. I contadini che non coltivano la terra si vedono revocare il diritto all’uso. Così le famiglie povere restano sul proprio pezzetto di terra senza potersi trasferire in città.

Il land grabbing, cioè l’accaparramento di terre fertili nei paesi più poveri da parte di governi stranieri, fondi di investimento e multinazionali, a tutto svantaggio delle popolazioni locali, è un fenomeno dalle molteplici sfaccettature che non è possibile ridurre al mero sfruttamento dei più sfortunati da parte di Stati e multinazionali.
Si può infatti avviare questo meccanismo di sfruttamento anche attraverso operazioni pensate per portare aiuto alle popolazioni più povere del mondo. È quello che segnalano molte ong e associazioni che operano direttamente sul campo a proposito di progetti di aiuto sostenuti dalle banche internazionali di sviluppo.

Queste banche, in particolare la Banca Mondiale e il suo settore d’investimento, la Società finanziaria internazionale (Sfi, fondata nel 1956 per promuovere lo sviluppo dell’industria privata nei paesi in via di sviluppo attraverso appositi investimenti e la mediazione nel mercato internazionale del credito), sono impegnate in molte iniziative nelle zone più povere del mondo e operano grazie a fondi pubblici erogati dagli Stati.
In alcuni casi sono stati sollevati dubbi non tanto sulla bontà dei progetti finanziati, ma sulla reale valenza positiva per le popolazioni locali dei risultati che si ottengono con questi progetti.
Un caso eclatante riguarda l’Etiopia, in particolare le regioni di Gambella, Afar, Somali e Benishangul-Gumuz, dove negli ultimi anni sono stati avviati dei progetti volti a sviluppare un’agricoltura di tipo moderno. Il programma governativo, sostenuto dal 2006 dalla Banca Mondiale con oltre 1,4 miliardi di dollari, ha l’obiettivo di migliorare l’accesso ai servizi di base, di aumentare la sicurezza alimentare e di apportare una trasformazione a livello socioeconomico e culturale della popolazione. Al momento i risultati sono ancora scarsi, mentre 1,5 milioni di persone rischiano di dover abbandonare le terre dei propri avi.

L’associazione Human Rights Watch ha esaminato il primo anno del programma governativo a Gambella (70 mila le persone coinvolte), segnalando trasferimenti forzati (resi ancor più facili dalla mancanza di titoli di proprietà della terra da parte degli abitanti), la perdita delle fonti di sussistenza e il deteriorarsi della situazione alimentare delle famiglie, come pure le costanti minacce e violenze da parte dell’esercito. Alcune ong locali e internazionali hanno inoltre segnalato che le persone allontanate dai loro villaggi d’origine ora vivono in campi profughi in Kenya e nel Sudan del Sud.

Rimane però la sensazione che, come spesso accade quando si parla di aiuti ai paesi impoveriti, le buone intenzioni non bastino, e neppure i controlli, le indagini su come vengono effettivamente utilizzati i fondi messi a disposizione e su come concretamente vengano realizzati i progetti. È necessario riflettere su come alcune iniziative, studiate a tavolino, tengano in scarsa considerazione la geografia dei luoghi dove vengono poi implementate, per non parlare della cultura e delle tradizioni delle popolazioni locali. La richiesta delle ong e delle associazioni non è quindi che le banche per lo sviluppo smettano di sostenere progetti industriali, bensì che adottino direttive chiare e vincolanti così da non incoraggiare l’accaparramento delle terre.
Per richiamare gli Stati al loro dovere, nel 2012 la Fao ha emanato delle direttive sull’uso della terra, delle zone costiere, di pesca e delle foreste, alla cui elaborazione hanno contribuito organizzazioni della società civile. Oltre a queste iniziative istituzionali, è poi necessario un lavoro di advocacy e di lobbying sulla responsabilità delle imprese private. Anche perché il fenomeno del land grabbing, nonostante se ne parli più che in passato, continua a diffondersi quasi indisturbato: basti pensare che nel solo continente africano più di 56 milioni di ettari di terreno (una superficie pari a quasi due volte l’Italia) sono stati venduti o affittati a investitori stranieri in modo più o meno trasparente.

Tra il 2008 e il 2011, l’Etiopia ha ceduto almeno 3,6 milioni di terre, una superficie pari all’estensione di un Paese europeo come l’Olanda. Offrendo altri 2,1 milioni di ettari agli investitori interessati. In violazione della stessa costituzione etiope, e in barba ai diritti umani sanciti sulla carta delle convenzioni internazionali.

Fonte: Limes

Scarica qui il pdf – Il fenomeno del Land-Grabbing